martedì 28 aprile 2009

"Ricordo un botro cupo
lungo il torrente dell'Ibola
dalla profonda traccia:
era di scivolosa mota
fra ripe ostili di prunai:
li sento ancora rucinarmi il sangue.
Ora quel botro oscuro
mi dipinge la vita:
ogni attimo uno sgraffio e una caduta.
Il merlo nero
nel frullo scatta la risata.
il formicaio umano
ci sguazza dentro la fanghiglia
con gli occhi in terra
a ricercare fra la tenebra
amare bache di lussuria
o ghiande per l'ingrasso.
Chi guarda in alto?
Chi nutre la speranza?
Chi vede il sole,
quando straccia le nebbie
e rasserena lembi di turchino?
Oh, fissarlo fissarlo il sole
per godere una guida
a salire dall'ombra
verso le illuminate cime."

MICHELE CAMPANA, Illuminate cime

domenica 8 marzo 2009

"Hai detto che la vita nostra
non già settanta
ma settecent'anni è durata.
E noi spossati siamo,
a terra curvi,
da sì lungo cammino.

I rosei sogni
addolcivano i canti
dell'innocente adolescenza:
fummo abbagliati
da luci avventurose
radianti da fantastiche raggiere
nei racconti di Verne e Salgari.

Per la gioconda brama di sapere
divorammo i potenti:
fantasie d'oro
a varcare gli eventi
e vincere i confini del ministero.

La favola divenne
il mirabile vero:
ogni anno più di un secolo visse
per le conquiste prodigiose.
Il sapere aggredì lo spazio e il tempo.

Frantumò l'atomo
in forze paurose:
stridono i razzi
per gli spazi astrali
a svelare gli arcani dei pianeti.
Siamo presi da un morbo
di geante irruenza
per rinnovare vittoriosi
l'assalto dei Titani al cielo.

Ma sul librarsi dei mirandi voli
(avanzamento o torbo inganno?)
quale fiorì giorno felice?
Che gaudio fu donato ai cuori?
Io non vedo che facce
tese nelle mascelle
a cimenti più duri.

La tempesta sconvolge
ed ha il suo fascino eccitante.
Ma può montarsi più straziante e cupa,
che arrivi all'esterminio?

Fermarsi a un punto:
ritornare alla calma riposante,
ai dolci amori
ed al sereno contemplare:

silenzi sogni fiori
le fiabe dei bambini,
il canto della brezza fra le rame,
l'aulenza dei giardini,
lo scintillìo dei ruscelli sonori,
l'ondulare dei monti celestini
e la quiete nei cuori."

Michele Campana, Settecent'anni una vita

sabato 24 gennaio 2009

"Da misteriosa lontananza,
quando son triste in rodimento
per l'altrui scelleratezza che mi opprime,
giunge un comandamento:
certo e dal cuore della madre.
Odo una voce che mi dolce dentro:
se vuoi per te letizia,
donala prima agli altri
come un santo dovere.
Oh, del bene il piacere.
Sboccia non da sapienza inorgoglita,
che spesso è disumana,
ma d'umile esperienza
di carità cristiana
e dal dolore di sofferta vita.
Prorompe dall'amore
come un lampeggio fitto
nella notte di calda estate:
il cielo nuvoloso e cupo
si spacca nei subissi
d'un'abbagliante luce.
Io tento di carpirne un guizzo
e serrarlo nel canto
e rimandarlo al cuore dei viventi.
Oh, del bene il piacere,
Se il dono più attraente vuoi godere,
accogli alla tua mensa un derelitto,
perdona e aiuta
chi perpretò un reato
e in pena l'ha scontato.
Mostrati di loro più piccino
portando luce e la speranza.
Non c'è nel mondo un godimento
che rassomigli al premio
d'un lampo di ringraziamento,
quando sul viso in pianto
si ravviva la luce d'un sorriso.
Il Cristo si rivela a lui d'accanto:
e luminoso,
consente e benedice
al dono generoso.
Tu godi un'esultanza che t'inciela."

Michele Campana, Il piacere del bene

lunedì 12 gennaio 2009

"Stanotte mi bisogna amore.
Spegni la luce o sposa,
spalanca le finestre
e lascia ch'entrino le stelle.

Col capo sul tuo petto
salgo dal buio
allo splendore degli astri luminosi
ed è felice il cuore.

Il mistero del vasto cielo,
a te mi accosta, o sposa,
e rafforza il mio amore
in un dolce incantamento.

Col capo sul tuo petto
salgo dal buio
allo splendore degli astri luminosi
ed è felice il cuore.

E se con te guardo le stelle
l'infinito mi annulla
i valori mortali
e colma l'amima di eterno.

Col capo sul tuo petto
salgo dal buio
allo splendore degli astri luminosi
ed è felice il cuore."

Michele Campana, Con te guardo le stelle (canzonetta)

martedì 6 gennaio 2009

"Nella cima di un colle,
solitario c'è un olivo
in mezzo ad un turchino immenso.

Da lontano pare un fifolo
che si levi per svanire in cielo.
Ma, se ti accosti, tu vedi
che alla terra è trattenuto
da un sartiame di radiche.
In mezzo ha un tronco
tutto gobbe e tutto spacchi.

Nel busto contorto,
nelle branche protese,
ha il tormento della lotta.

Intorno a sé,
un lamento sente,
nella parte più bella di sé,
un sussurro di fronze.

Tremano sempre di brama,
perché vorrebbero salire
e nel cielo disperdersi.

Lui da anni ed anni
piantato sulla terra
soffre e si torce
per liberarsi.

Olivo solitario, io t'amo,
che sei la creatura più vera
di quante Iddio abbia create!"

Michele Campana, Olivo solitario